Come le espressioni facciali influenzano prestazioni e sentimenti

Come le espressioni facciali influenzano prestazioni e sentimenti

Indossare una game face aiuta veramente a ottenere risultati migliori? Secondo alcuni studiosi sì. Ma le espressioni facciali vanno ben oltre, influenzando anche il nostro umore e la percezione di fatica e stress.

Assumere una “game face”, letteralmente una faccia da gioco (o da competizione), consente di migliorare le proprie prestazioni cognitive del 20%. La

Assumere una “game face”, letteralmente una faccia da gioco (o da competizione), consente di migliorare le proprie prestazioni cognitive del 20%. La conferma arriva da uno studio condotto dai ricercatori dell’Università del Tennessee a Knoxville, pubblicato su Stress and Health.

Durante l’indagine, gli studiosi hanno analizzato la correlazione tra l’assumere una “game face” durante lo svolgimento di alcuni compiti e la buona riuscita degli stessi.

I risultati sono stati sorprendenti, almeno dal punto di vista dello svolgimento di compiti più propriamente cognitivi.

L’esempio di Michael Phelps

Fronte corrugata, occhi socchiusi, bocca imbronciata. La maggior parte delle persone assume un’espressione particolare quando si sta concentrando intensamente nello svolgimento di un compito. Sia esso fisico o cognitivo. È la cosiddetta game face. Ne abbiamo alcuni esempi negli atleti più vincenti della storia.

Il nuotatore olimpico Michael Phelps, per esempio, è diventato famoso durante i Giochi olimpici di Rio del 2016, perché è stato inquadrato mentre assumeva un’espressione decisamente accigliata, durante il riscaldamento in preparazione della gara. Phelps si stava semplicemente concentrando al massimo per affrontare al meglio la sua sfida: era entrato in una “dimensione” tutta sua.

Soprannominato The Baltimore Bullet (Il Proiettile di Baltimora), Michael Phelps è l’atleta olimpionico più decorato della storia. Ha conquistato ben 8 ori a Pechino 2008 e ha raggiunto il più alto numero di medaglie di questo metallo vinte da un atleta in una singola edizione di Giochi Olimpici.

Un vero e proprio campione.

Lo studio

Nel condurre il loro studio, i ricercatori dell’Università del Tennessee hanno coinvolto due gruppi di volontari. Entrambi dovevano svolgere due tipi di esercizi, uno prettamente fisico e l’altro cognitivo. Al primo gruppo, tuttavia, è stato chiesto di svolgere gli esercizi assumendo una “game face”.  Al secondo, invece, non è stata data alcuna indicazione particolare.

L’esercizio fisico consisteva nell’inserire la mano dominante in un secchio di acqua ghiacciata. Il compito cognitivo, invece, era quello di completare un puzzle mandala in bianco e nero da 100 pezzi entro cinque minuti.

Come ispirazione per la “game face”, ai volontari sono state mostrate delle foto di atleti professionisti, nelle loro espressioni concentrate o, per dirlo con le parole dei ricercatori, con un intenso sguardo di determinazione. Come, ad esempio, il volto serio e concentrato del nuotatore Michael Phelps, alle Olimpiadi di Rio del 2016, prima della sua finale 200 metri stile farfalla.

I risultati dello studio hanno mostrato che mentre la “game face” non ha aiutato i partecipanti a migliorare la propria resistenza durante la prova fisica, ha tuttavia dato un aiuto significativo nello svolgimento del compito cognitivo.

Chi ha assunto una “faccia da gioco” è riuscito infatti a completare più pezzi di puzzle rispetto a chi, invece, non ha assunto espressioni particolari. Non solo: la “game face” ha anche aiutato le persone a riprendersi più velocemente dallo stress della prova.

Matthew Richesin, autore principale dello studio ha così commentato i risultati: «Se assumere una “game face” ha il potenziale di migliorare le prestazioni, potremmo scoprire che questo concetto può essere applicato anche al di fuori del tradizionale contesto sportivo».

Quanto è importante un’espressione

Sebbene lo studio riportato sia modesto nel numero di campioni esaminato, anche altre ricerche hanno dimostrato che le espressioni facciali possono avere un impatto sulla nostra vita. A partire dalle emozioni, fino alla capacità di intraprendere un allenamento o lo svolgimento di un compito.

Ad esempio, uno studio condotto nel 2010 ha dimostrato l’associazione tra lo sforzo compiuto e alcune specifiche espressioni facciali. L’atto di aggrottare le sopracciglia, ad esempio, sarebbe direttamente collegato alla difficoltà del compito da svolgere.

Lo studio ha cercato di misurare con elettromiografia (EMG) la relazione tra le espressioni facciali (e la relativa attività muscolare) e lo sforzo. Lo sforzo è stato manipolato sperimentalmente aumentando la difficoltà del compito e inducendo debolezza muscolare.

Un gruppo di volontari di 20 uomini ha eseguito estensioni delle gambe con quattro tipi diversi di carichi di lavoro. I risultati degli esami hanno riportato che l’ampiezza dell’EMG facciale (lo sforzo dei muscoli del viso nell’atto di “accigliarsi”), la valutazione dello sforzo percepito e l’ampiezza dell’EMG della gamba interessata dall’esercizio, aumentavano significativamente con il crescere della difficoltà del compito da eseguire e, quindi, con l’affaticamento muscolare. I dati erano tutti correlati, suggerendo che l’attività facciale riflette lo sforzo durante le attività fisiche.

Per quanto riguarda l’influenza delle espressioni facciali sulle emozioni, può tornare utile una meta-analisi di 138 studi, pubblicata nel 2019.

Un team di studiosi dell’Università del Tennessee ha indagato l’ipotesi del “feedback facciale” che sostiene che l’esperienza emotiva di una persona possa essere influenzata dai movimenti facciali associati all’espressione delle emozioni. Insomma, sorridere ci renderebbe felici.

I movimenti del viso, secondo questa teoria, fornirebbero informazioni cutanee, motorie, propriocettive capaci di influenzare il processo emotivo.

Lo studio ha esaminato questo fenomeno negli ultimi 50 anni, raccogliendo dati su oltre 11 mila soggetti in tutto il mondo. I risultati hanno portato a una conclusione: il feedback facciale avrebbe un effetto significativo, anche se piccolo e variabile, sulle emozioni.

Secondo i ricercatori, il feedback facciale sarebbe in grado di influenzare sia il livello discreto delle emozioni, come felicità, paura, rabbia, che quello dimensionale, e quindi più generale, come il giudizio di positivo o negativo.

La prossemica del “potere”

Diverso, invece, è il discorso che riguarda le “pose del potere”. Si pensa, infatti, che assumere una postura o un atteggiamento che dimostri potere e supremazia aiuti a riuscire maggiormente nella vita. Come ad esempio stare in piedi con le gambe allargate e le braccia sui fianchi, o stare seduto con i piedi sul tavolo e le braccia dietro la testa.

Nel giugno del 2012, Amy Cuddy, psicologa, scrittrice e docente statunitense ha tenuto un popolarissimo TED talk, in cui affermava che assumere una posizione autoritaria, anche quando non ci sentiamo sicuri, aumenta il nostro sentimento di fiducia, con un notevole impatto sulla possibilità di avere successo. Il discorso è diventato uno dei più famosi di sempre, con oltre 42 milioni di visualizzazioni.

In realtà, uno studio condotto dalla Michigan State University smentirebbe questo assunto. Sentirsi potenti può fare stare bene, affermano i ricercatori, ma da solo questo sentimento non si traduce in comportamenti potenti o efficaci. L’effetto finisce lì. Leggi anche: Lo sport allena alla vita: 5 step per coltivare la resilienza (secondo Trabucchi)

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Come le espressioni facciali influenzano prestazioni e sentimenti

di Gennaro Sannino Tempo di lettura: 4 min
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