Come sopravvivere alle lamentele continue sul posto di lavoro

Come sopravvivere alle lamentele continue sul posto di lavoro

Chi si lamenta danneggia anche te: digli di smettere. Parafrasando una pubblicità progresso di qualche anno fa, scopriamo cosa fanno le lamentele al nostro cervello e come gestire un “lamentatore” seriale.

Le lamentele continue, sul posto di lavoro (e non solo) hanno delle conseguenze, non sono solo parole al vento: sono tossiche, non solo per chi le p

Le lamentele continue, sul posto di lavoro (e non solo) hanno delle conseguenze, non sono solo parole al vento: sono tossiche, non solo per chi le pronuncia, ma anche per chi le ascolta.

È questo il monito di Manfred F. R. Kets de Vries, psicoanalista, professore ed esperto di management, che spiega come le lamentele siano un’abitudine che si forma nell’infanzia, come forma di richiamo dell’attenzione, ma che diventa consolidata negli anni successivi, formando dei veri e propri percorsi neuronali, che rendono l’abitudine permanente.

De Vries spiega quali sono i danni provocati dalle lamentele continue, secondo lo stato attuale della ricerca, e alcune strategie per limitarle sul posto di lavoro.

Il danno delle lamentele

La ricerca mostra quanto chi si lamenta in maniera cronica abbia degli effetti sulla propria psiche. La ripetizione di espressioni tristi, arrabbiate o impotenti, modifica in qualche modo il lavoro dei neurotrasmettitori, che subiscono una sorta di “ricablaggio”: gli schemi cerebrali dei pensieri negativi dei lamentatori vengono rafforzati, rendendo più semplice la ripetizione dei pensieri tristi, lasciando sempre meno spazio a gratitudine, apprezzamento e benessere.

De Vries spiega che si arriva al punto di danneggiare l’ippocampo, la parte del cervello deputata alle funzioni cognitive e in particolare alla risoluzione dei problemi: in pratica, lamentarsi dei problemi crea ancora più problemi, perché chi se ne lamenta perde la capacità di risolverli. Ecco perché la negatività crea in qualche modo dipendenza. Spinge infine il lamentatore a vedere tutto in bianco o nero, senza sfumature, senza capacità di compromesso.

Ma chi si lamenta non ha effetti negativi solo su di sé, ma anche sugli altri creando un ambiente tossico in cui vivere e lavorare. I commenti negativi e pessimisti, infatti, creano un processo che gli psicologi definiscono come identificazione proiettiva: chi si lamenta “usa” inconsapevolmente l’altro come una sorta di pattumiera, in cui riversare tutta la propria negatività. Le persone usate si sentiranno a loro volta esauste e con il morale a terra.

Chi ascolta le lamentele, finisce per diventare a sua volta un lamentatore. Questo a causa dei nostri neuroni specchio, che ci portano a imitare inconsciamente l’umore delle persone che ci circondano. Si tratta di un tratto evolutivo che ci ha aiutato a superare i momenti di crisi: quando c’è un pericolo, imitare gli altri può diventare un’ancora di salvezza.

Non è questo il caso però di chi si lamenta che, a causa dei neuroni specchio, “contagiano” gli altri con la propria negatività.

Come gestire un “lamentatore” seriale

I tentativi di aiutare chi si lamenta in maniera cronica hanno spesso scarso effetto. Anche se il lamentatore si rende conto del danno che crea,  è spesso incapace di trovare delle soluzioni al suo comportamento, per via della dipendenza che quest’abitudine provoca.

L’atteggiamento di chi subisce quindi le lamentele croniche dovrebbe essere quello di limitare i danni il più possibile, piuttosto che di provare a cambiare l’altro. De Vries suggerisce alcuni passi pratici da seguire.

Lo psicanalista racconta una storia, immaginaria, di due colleghi di lavoro, Lisa e Peter, per rendere più chiaro il concetto. Peter è uno dei manager dell’azienda dove lavora Lisa, ma è anche un lamentatore seriale, che non fa altro che lagnarsi, non solo del lavoro, ma anche del governo e della sua vita personale. Ogni volta che Lisa parla con Peter ha una sensazione quasi di claustrofobia, che la fa sentire male. Malgrado Lisa provi a far vedere il lato positivo degli avvenimenti a Peter, quest’ultimo non fa altro che rigirare tutto secondo i suoi schemi di negatività, creando un ambiente tossico per se stesso, Lisa e il resto dei colleghi.

Come affrontare allora un manager come Peter? Primo, occorre fissare dei confini chiari. Lisa dovrebbe dirgli che è sempre pronta ad ascoltare e parlare dei suoi problemi, ma che non può permettersi di avere una conversazione costante e ripetitiva sui suoi problemi.

È importante cioè far capire che, malgrado comprenda le sofferenze di Peter, il continuo lamentarsi diventa un problema per tutti all’interno dell’azienda. Lisa dovrebbe poi spiegare a Peter che di tanto in tanto fa bene lamentarsi – come vedremo – ma che il problema è farlo continuamente, oltre a non cercare mai una soluzione reale e costruttiva.

Il secondo passo che Lisa potrebbe compiere è di offrire un consiglio utile a Peter, aiutandolo a cambiare prospettiva, nell’ottica di un miglioramento del suo umore. Esiste quello che de Vries chiama purposeful complaining, “lamentarsi con uno scopo” potremmo tradurre, che cioè non si limita agli aspetti negativi degli eventi, ma che crei anche un piano pratico per la risoluzione del problema.

Infine, Lisa potrebbe suggerire al collega di coltivare uno spirito di gratitudine. Ogni volta che emerge la tentazione di lamentarsi, spiega de Vries, Peter potrebbe rivolgere l’attenzione agli aspetti positivi della sua vita, portandolo a sentirsi più energico e meno ansioso.

Come accennato, questo tipo di comportamento finisce per creare dipendenza, quindi è impossibile aspettarsi cambiamenti radicali da Peter nel giro di poco tempo. L’ultimo consiglio di de Vries, quindi, è di rivolgersi a uno psicoterapeuta.

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Lati positivi?

Come accennato, lamentarsi può avere i suoi lati positivi. Dare sfogo alle emozioni che consideriamo negative, con un collega, ci aiuta a ridurre esplosioni di rabbia incontrollate successivamente.

Non solo. Reprimere costantemente i pensieri negativi finisce per non farci vedere i problemi e, quindi, affrontarli. Chi si lamenta, poi, lo fa anche per cercare di stabilire una connessione emotiva con gli altri, probabilmente perché è l’unico modo che conosce per ottenere l’attenzione altrui.

L’attitudine alla lamentela nasce infatti nell’infanzia: è un modo per attirare l’attenzione all’interno della propria famiglia. Ecco perché diventa un atteggiamento così integrato nella nostra personalità. Ed ecco perché Peter potrebbe avere molta difficoltà ad accettare i consigli di Lisa, perché in qualche modo minacciano la sua percezione della propria identità.

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Come sopravvivere alle lamentele continue sul posto di lavoro

di Carmen Guarino Tempo di lettura: 4 min
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