ISTAT: PMI italiane più digital (ma c’è ancora tanto da fare)

ISTAT: PMI italiane più digital (ma c’è ancora tanto da fare)

L’ISTAT fotografa lo stato della digitalizzazione delle PMI italiane: ci sono dei passi in avanti, ma resta ancora molto da fare.

Non basta un sito web. Con la sfida della pandemia, sempre più aziende italiane si rendono conto di questa verità. E provano, più di prima, a digital

Non basta un sito web. Con la sfida della pandemia, sempre più aziende italiane si rendono conto di questa verità. E provano, più di prima, a digitalizzare sia i processi produttivi e organizzativi (con tecnologie come Internet of Things e Cloud), ma anche le attività di comunicazione e marketing.

L’ISTAT, con il suo report “IMPRESE E ICT – ANNO 2021”, ha fotografato questa nuova tendenza, ma registra che tanto resta ancora da fare. C’è un’azienda siciliana, Flazio.com, che propone delle soluzioni per ridurre questo gap digitale, che oggi sta andando alla conquista anche di tanti mercati esteri.

Italia decima in Europa per digitalizzazione

Il report dell’ISTAT si basa sull’indice DESI (Digital Economy Society Index), che “misura” l’intensità digitale dell’azienda in base a determinate attività compiute in quest’area (social media, IoT, cloud, vendita online etc.).

Basandosi su 12 parametri, possiamo quindi capire come le PMI di un determinato Paese stanno andando sul fronte della digitalizzazione. In Italia le piccole e medie imprese stanno facendo meglio che in passato: nella graduatoria europea si piazzano al decimo posto.

In generale, nel 2021, sono state il 60,3% – prima quindi delle PMI tedesche (59%) e francesi (47%) – le PMI italiane che hanno raggiunto almeno un livello base di intensità digitale, mentre la media europea (Ue27) si fermava al 56%. L’obiettivo della Comunità Europea, da qui al 2030, è di portare questo dato almeno al 90%.

Ma in cosa si sono distinte le PMI italiane?

Il cloud computing sembra essere tra i servizi più interessanti: tra le imprese con almeno dieci dipendenti, il 41,9 per cento ne ha acquistato uno di livello medio-alto e il 51,9 per cento di livello intermedio e sofisticato. La media Ue si è fermata al 35%.

Anche per i dispositivi dell’Internet of Things sembrano esserci delle note positive: l’Italia in questo campo è ottava in Europa, con il 32,3 per cento di PMI con almeno dieci addetti che ne ha usato almeno uno. La crescita sull’anno precedente, il 2020, è stata di ben 9 punti percentuali.

Migliorano, anche se in maniera più contenuta, l’impiego di strumenti di promozione e vendita online. Passano dal 17 per cento del 2017 al 27 per cento del 2021, per esempio, le PMI che utilizzano almeno due canali di social media.

Meglio anche la vendita online, che resta però uno strumento di nicchia, soprattutto tra le PMI: le imprese con almeno dieci addetti che sfruttano l’ecommerce sono solo il 18,4%, due punti in percentuale in più rispetto al 2020, ma ancora indietro rispetto alla media Ue27 (23%). La percentuale sarebbe stata ancora più bassa se non fosse stato per le restrizioni dovute alla pandemia: molte sono le aziende che hanno avviato o incrementato la vendita online proprio per questa ragione.

Divari maggiori rispetto alla media Ue27 vengono registrati poi per l’adozione di software gestionali (ERP e CRM) e del’Intelligenza Artificiale: in particolare, l’IA è impiegata dal 6,2 per cento, a fronte di una media europea all’8.

Come ridurre, ancora, il Gap Digitale

Dal report dell’ISTAT emerge dunque un quadro in chiaroscuro: molto resta da fare per ridurre il Gap Digitale delle PMI italiane.

Sempre lo stesso studio ci dice infatti che l’80 per cento delle imprese con dieci addetti si ferma ancora a un livello ‘basso’ o ‘molto basso’ di adozione dell’ICT, dal momento che hanno abbracciato non più di 6 attività sulle 12 indicate per la misurazione del DESI (gli indicatori sono indicati nel grafico in basso, realizzato dall’ISTAT). Solo il 20% quindi ne adotta almeno 7 e si posiziona su livelli ‘alti’ o ‘molto alti’.

Come continuare a risalire la china? Una possibile soluzione può arrivare da software e tool in grado di semplificare la vita digitale delle PMI, che spesso non hanno al proprio interno figure con le competenze necessarie per cogliere a pieno le opportunità del digital.

Un esempio italiano è Flazio.com, piattaforma no-code che consente di gestire l’intera presenza online di un’azienda, anche senza competenze specifiche.

Gli strumenti di Flazio possono rappresentare quindi una prima “inversione di rotta all’analfabetismo digitale: un problema che, se non gestito, rischia di causare al Paese gravi ripercussioni sulla crescita

economica e culturale”, come spiega Calogero Milazzo, CMO di Flazio.com.

Flazio nasce nel 2011 a Catania come Site Builder, ovvero una piattaforma in grado di semplificare la creazione di un sito web, attraverso il sistema drag and drop: in pratica basta cliccare e trascinare gli elementi di un sito (testi, immagini, video, form, etc.) per crearele proprie pagine web, anche senza conoscere sofisticati codici di programmazione.

Nel corso degli anni, il servizio si è arricchito di nuovi strumenti: vendite online (e quindi anche spedizioni, coupon, sistemi di pagamento, etc.), software per la gestione delle prenotazioni, Marketing Automation (con la gestione automatica di e-mail, chat, sms e notifiche push), analisi e ottimizzazione della presenza online. Il tutto mettendo insieme un team multidisciplinare di 35 persone tra ingegneri informatici, programmatori, designer, copywriter, tecnici e creativi.

Oggi Flazio.com, complice anche la pandemia che ha fatto registrare un +80% di nuovi utenti in piattaforma, fa registrare più di due milioni di fatturato e un milione di siti web realizzati, anche all’estero (soprattutto in Francia, Spagna, Stati Uniti e Messico).

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ISTAT: PMI italiane più digital (ma c’è ancora tanto da fare)

di Redazione Tempo di lettura: 3 min
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