Lo sport allena alla vita: 5 step per coltivare la resilienza (secondo Trabucchi)

Lo sport allena alla vita: 5 step per coltivare la resilienza (secondo Trabucchi)

Allenare la propria resistenza interiore, la resilienza, non è un obiettivo da superman. Lo dimostra lo sport, metafora della vita: ecco le riflessioni di Pietro Trabucchi.

Da sempre, lo sport è metafora della vita. Superare gli ostacoli (soprattutto i propri limiti), raggiungere un obiettivo chiaro, competere con gli alt

Da sempre, lo sport è metafora della vita. Superare gli ostacoli (soprattutto i propri limiti), raggiungere un obiettivo chiaro, competere con gli altri, sviluppare spirito di sacrificio. Resistenza, soprattutto resistenza: da qui parte ogni successo. Riuscire a resistere, con disciplina, in allenamenti anche duri è la chiave per raggiungere qualunque obiettivo.

Da qui parte la riflessione di Pietro Trabucchi.

Lo sport e la vita

Trabucchi è psicologo dello sport e saggista. Ha scritto numerosi libri su come perseverare, resistere nelle avversità, prepararsi mentalmente alle discipline di resistenza. Il suo lavoro è diventato molto utile anche per chi sportivo non è, ma ha comunque un obiettivo grande da realizzare.

Insegna all’Università di Verona, è stato psicologo della squadra olimpica di sci di fondo alle Olimpiadi di Torino 2006. Nello stesso anno, ha raggiunto la cima dell’Everest.

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Nello sport, come nella vita, Trabucchi consiglia di sviluppare il muscolo della resilienza. Le prestazioni sportive non dipendono unicamente dalla “macchina”, dal corpo, dai muscoli, dal cuore e dai tendini. Dipendono anche e soprattutto dal cervello, dalla mentalità. La resilienza psicologica diventa quindi “la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino”.

La resilienza non è una capacità innata, secondo Trabucchi. Va anzi “appresa e migliorata”. Un processo che il mondo dello sport dimostra con i fatti.

Ecco ciò che rende lo sport interessante per tutta la vita: il fisico, anche se allenato, declina. Ma la forza mentale può continuare a crescere sino all’ultimo”, spiega in un’intervista.

Per chiarire il concetto, Trabucchi spiega il funzionamento del cervello.

“Durante una gara estrema, ma anche un allenamento molto intenso, la fatica che si avverte è una sorta di difesa che il corpo attua per non esaurire il glucosio cerebrale. Il glucosio non viene consumato solo dai muscoli ma anche dal cervello. Ed è sufficiente che il cervello percepisca un leggero calo nel glucosio disponibile per le sue funzioni che subito lancia l’allarme sotto forma di senso di fatica. Quindi il fattore che limita le prestazione di resistenza potrebbe essere il cervello e non l’efficienza muscolare. Se l’efficienza del cervello cala perché non ha energia a sufficienza, il corpo cede. Ma cede anche se non è sostenuto dalla forza mentale”.

Alle Olimpiadi non ci finiscono gli atleti che riescono a usare più ossigeno degli altri. Ci vanno quelli che sono in grado di “impegnarsi di più, superare crisi, infortuni, errori di programmazione e stagnazione di risultati”.

Chi è il resiliente

Sul suo sito, Trabucchi parte dall’etimologia del termine resilienza per applicare poi il concetto alla vita quotidiana.

“Il termine “resilienza” in origine proveniva dalla metallurgia: indica, nella tecnologia metallurgica, la capacità di un metallo di resistere alle forze che vi vengono applicate. Per un metallo la resilienza rappresenta il contrario della fragilità. Così anche in campo psicologico: la persona resiliente è l’opposto di una facilmente vulnerabile. Etimologicamente “resilienza” viene fatta derivare dal latino “resalio”, iterativo di “salio”, scrive.

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C’è un ulteriore origine del termine, che aggiunge fascino alla definizione. Qualcuno fa risalire la parola resilienza al cosiddetto “resalio”, il verbo cioè che indica l’azione di risalire sull’imbarcazione capovolta a causa di bufere e onde del mare.

Lo psicologo passa quindi a elencare le caratteristiche psicologiche “inconfondibili” di un resiliente:

  • Persiste, malgrado le difficoltà. Dove ‘persistere’ indica una motivazione “che rimane salda”.
  • È ottimista: legge gli eventi negativi della vita come momentanei e circoscritti.
  • Controllo: ritiene di poter esercitare la propria volontà sull’esistenza e sull’ambiente in cui vive.
  • Opportunità: i cambiamenti, anche imprevisti, non sono una minaccia da temere. Sono, piuttosto, delle sfide nuove, delle opportunità.
  • Non teme la sconfitta: la frustrazione fa parte di ogni percorso umano, ma il resiliente l’affronta senza perdere la speranza.

Nessuno ha l’esclusiva dalla resilienza

Nei suoi interventi, Trabucchi insiste sul fatto che la resilienza non è una capacità innata. Pensare che solo pochi eletti abbiano motivazione e resistenza sufficienti per andare avanti nella vita, non aiuta. Serve, anzi, a trovare alibi.

La resilienza è un fenomeno normale e non straordinario”, spiega. “Quanto più le sfide sono difficili, tanto più dovrà essere salda la motivazione con cui le si affronta. Un grande impegno presuppone una forte capacità di speranza nel successo. E molto autocontrollo per rimanere focalizzati sugli obiettivi. Occorrono inoltre consapevolezza, capacità di adattamento e molta «proattività»”.

La resilienza è dunque una capacità umana di base: non occorre essere superman.

L’idea che qualcuno ce la fa perché ha talento, perché “è dotato” spinge a essere fatalisti, passivi e rassegnati. È molto comodo pensare che il successo dipenda da qualcosa di già scritto, dal destino, dalla fortuna, dal talento, dal patrimonio genetico o dal segno zodiacale”, dichiara a Wise Society.

Imparare la resilienza: da dove cominciare

Mariateresa Montaruli, su IO Donna, ha provato a riassumere alcune delle “Tecniche di resistenza interiore” riportate nell’omonimo volume di Pietro Trabucchi. Ne abbiamo selezionate 5, che abbiamo integrato con ulteriori riflessioni.

  • Occhio a non auto-sabotarsi. L’autosabotaggio può assumere diverse forme, più o meno gravi. La più comune sono i pensieri pessimisti: “Non ce la farò mai”. Pensarlo, vuol dire partire sconfitti. Ma per auto-sabotaggio si intendono anche la procrastinazione, l’auto “aiuto” attraverso droghe e alcol, il comfort food, fino a veri e propri episodi di violenza auto-inflitta.
  • Imparare a “stare” nel disagio. La vita contemporanea ci spinge a scegliere solo ciò che è piacevole al momento e ad evitare lo sconforto, l’amarezza, il disagio. Raggiungere un obiettivo, però, qualunque obiettivo, richiede una certa dose di fatica, d’insoddisfazione. Una parte della vita che bisogna imparare ad accettare, se vogliamo costruire qualcosa e scegliere fino in fondo la direzione della nostra esistenza. Pensare di avere solo pensieri e sensazioni ‘positive’ è una trappola, la cosiddetta trappola della felicità.
  • La radice della demotivazione. Uno dei primi modi per sconfiggere la demotivazione è capire da dove viene. Potrebbe essere mossa dalla paura di non farcela: in quel caso dobbiamo essere bravi a “dare un nome” alla paura e a chiederci “Perché ho paura di ciò che sta accadendo o potrebbe succedere?”, “Quali sono le probabilità che il risultato peggiore si verifichi?”. A volte si può essere demotivati perché abbiamo scelto degli obiettivi “sbagliati”, quando cioè abbiamo scelto la vita che il nostro contesto sociale ci ha imposto. Si può essere demotivati anche da un conflitto valoriale interiore, dalla mancanza di sfide vere, dal dolore per aver perso qualcosa o qualcuno a cui eravamo legati.
  • Non aspettarti uno sforzo minore. A volte, probabilmente l’abbiamo sperimentato tutti, quando ci aspettiamo di affrontare un compito che ci sembra facile, in realtà facciamo maggiore fatica. Perché? Non diamo al cervello il tempo di ‘tarare’ il suo impegno sulla giusta distanza. Trabucchi spiega questo passaggio con un esempio, ancora una volta dallo sport: “Noi siamo in grado di adattare l’intensità dell’esercizio in base alla lunghezza del tragitto che ci aspettiamo di dover correre. La scelta è tanto più adeguata quanto più l’atleta è esperto. Ad esempio: un atleta esperto parte a ritmi molto diversi se deve corre una mezza maratona o cento chilometri. Il cervello impara dall’esperienza: la regolazione anticipativa del ritmo migliora con il tempo. La scelta del ritmo giusto è fondamentale per tutti gli atleti, indipendentemente dalla loro classe prestativa”.
  • Prendiamoci il merito. Quante volte per falsa modestia, o magari per timore di essere sminuiti, facciamo fatica a prenderci il merito dei nostri successi? Anche piccoli, anche minuscoli, sono pur sempre obiettivi raggiunti. È un fatto fisiologico. Se impariamo a riconoscere un successo, il nostro cervello immagazzinerà le informazioni che ci hanno permesso di performare così bene. Ad ogni successo, infatti, il nostro cervello rilascia una sostanza chiamata dopamina, un neurotrasmettitore che, tra le altre cose, ha la funzione di attivare i meccanismi di ricompensa e piacere, nonché dell’umore. Questa sostanza, spiega Trabucchi, è in grado di attivare tutto il patrimonio comportamentale della resilienza: concentrazione, perseveranza, volontà. Ecco perché, spesso, ci viene consigliato di dividere i nostri marcoobiettivi in piccoli step, in modo da migliorare il flusso di dopamina.

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Lo sport allena alla vita: 5 step per coltivare la resilienza (secondo Trabucchi)

di Gennaro Sannino Tempo di lettura: 5 min
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